«Te se ramenterà de mi co’ sarò morta?», mi chiedeva la nona Tina, quando avevo la stessa età di mio figlio Jan, quattrenne.
Clementina Socrate, di mamma Gerdol di lingua slovena e di marito Visconti napoletano originario di Costantinopoli, era nata a Triest sotto l’Austria nel 1910 e uscì «orizontale» da casa sua, quasi tre decenni dopo quella sua preghiera al primo nipote maschio.
Schizzava col suo fisico slanciato e nervoso dai campi di Cattinara dove una volta c’era l’erba, e contadini che parlavano sloveno e non c’era la superstrada. Nel viaggio di una vita si fermava in un’altra campagna, in Friuli, dove si parla furlàn, bisiaco o quel che xè, dov’era cresciuto suo padre e dove «durante la guera se stava meo e se trovava de magnar». Non mi è chiaro a quale guerra si riferisse, in questo caso.
Poi, per «far do soldi, durante la guera», a piedi arrivava da Trieste fino alle saline di Sicciole e portava indietro il sale, sempre a piedi. E qua so bene di che guerra stiamo parlando perchè è la guerra in cui la verità unica del grande stato nazionale si è affermata da tempo.
Prima il fascismo annulla la sola possibilità che di Sicciole, quel paese di saline a ventidue chilometri a piedi da Trieste, si possa solo che udire il toponimo in sloveno, Sečovlje. Per non parlare della versione internazionale della città, Triest, o di quella slovena, Trst.
Poi gli intellettuali, i dirigenti dei grandi partiti, i professionisti dei grandi media dello Stato nazionale dell’Italia post-1945, non hanno altre idee che rifugiare la democrazia nell’astrazione barocca e illuminista dove non ci sono diritti uguali per tutti se non c’è anche un Parlamento nazionale sovrano che legifera per cento città e una miriade di pratiche culturali regionali. Così non ci può che anche essere una Scuola uguale per tutti, una lingua uguale per tutti e, a tutti i costi, dobbiamo essere tutti uguali. Perchè questa è l’unica via alla democrazia.
I s’ciavi, cioè i dispregiati slavi di Trieste e delle saline Sicciole, si devono accontentare di essere una poco sopportata comunità di minoranza che oggi sta sbiadendo e forse incamminandosi verso l’estinzione. La sola idea di scrivere e parlare in triestino, cioè in una variante del veneto, in contesti ufficiali come quelli della scuola pubblica, è vista da stimabili personaggi della cultura in italiano come lesa maestà della signora Democrazia: se voglio parlare in triestino o in friulano o in sloveno nei luoghi dello Stato e della comunità, secondo questi, mi rinchiudo nel mio maso, sono razzista, non voglio che tutti abbiano le stesse possibilità nella società.
Ma mi me ricordo de mia nona Tina. E non perchè, parlando triestino, mia nonna fosse più illuminista di Michele Serra o di Claudio Magris, odierni grandi difensori della nazione italiana. Mi ricordo di lei quando parlo in triestino ai miei figli Jan e Tadej, dove quasi tutti gli altri parenti gli parlano solo che nella lingua dominante. E mi ricordo di lei quando, con Jan e Tadej, tento di ricordarmi come mia nonna «la nominava» in triestino qualche verbo. O che esclamazioni usasse, che cantilena tipica dei miei luoghi intonasse, quali espressioni e posture del corpo mettesse in scena.
L’antropologo Thomas Friedman ha scritto delle pagine appassionate in una polemica contro gli intettellettuali che criminalizzano l’esaltazione popolare delle radici. Friedman si chiede retoricamente se, «quando la gente indigena ‘romanticizza’ i suoi territori, non sarà perchè mantiene qualche relazione pratica e spirituale con questi?».
Certo che è così. Dove la scuola e la stampa non arriveranno, ci saranno le mie emozioni legate a mia nonna ad arrivare ai miei figli.
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Di lingue locali e culture regionali ne hanno già parlato:
- in maniera brillante, evidenziando i limiti degli eccessi dell’ideologia regionalista della Lega: il blogger Leonardo
- in maniera divertente ma semplicistica: Claudio Magris
- senza argomenti, con una retorica velenosa e obliando il fatto che, come il regionalismo, anche l’italianità e il nazionalismo italiano sono un’invenzione di un periodo storico della modernità: Michele Serra
- sintetico e condivisibile, “Gli insegnati debbono saper capire il dialetto e parlare l’inglese”: Claudio Caprara
P.S. Il territorio locale è il nodo dolente della cultura civile in Italia. La Lega pesca nel disertato campo politico delle pratiche sociali locali, spesso ma non sempre riempiendole di razzismo. Sempre più nascosti nel territorio d’Italia non ci sono solo le parlate locali ma anche i più umili e i più deboli. Il regionalismo e il sostegno alle culture tradizionali locali non sono pratiche conservatrici, ma progressiste: sostengono la pluralità delle possibili esperienze umane, non la loro scomparsa.
Il regionalismo non è un sinonimo di Leghismo o di razzismo. Può ovviamente convivere con l’innovazione, il cambiamento e l’apprezzamento della diversità sociale.



