Ieri ho partecipato a un gagliardo seminario il cui titolo provvisorio era "Colonizing the Globe: Travel Guidebooks and Ethical Communities in Transit" ma che in realtà dopo ha cambiato nome e si è basato quasi esclusivamente sul ruolo delle guide Lonely Planet come ambiguo promotore di vetrinosi valori etici, di una simpatica identità per chi le compra, di variegate conseguenze legate all’economia globale del turismo. Il seminario è stato tenuto da Debbie Lisle, brillante ricercatrice e docente alla Queen’s di Relazioni internazionali e studi culturali (Debbie Lisle: il suo profilo sul sito della Queen’s e cosa viene fuori da Google Scholar).
La domanda a cui Debbie ha tentato di dare una risposta è stata: "Come fanno le guida di viaggio a articolare un nuovo tipo di egemonia?". Secondo Debbie, l’identità editoriale di Lonely Planet vorrebbe confermare l’"umanitarismo comune" che unisce in un simpaticissimo afflato tutti i consumatori di Lonely Planet, convincendoli di essere non turisti ma dei veri "viaggiatori indipendenti", permettendo loro di conoscere, ma sul serio, gli abitanti del luogo che si va a visitare, di toccare ma sul serio l’autentica cultura locale e, insomma, non soffermandosi su quali sono gli effetti che gli schei dei turisti comportano nella società locale.
Ma chi è, veramente, l’azienda ‘Lonely Planet’? Secondo quello che ci riporta la mula Lisle, il suo proprietario Tony Wheeler è il "Rupert Murdoch del viaggio alternativo". Al momento, sembra che la baracca di Lonely Planet sia l’editrice delle guide di viaggio più vendute al mondo.
Secondo la Debbie, particolarmente interessante è il caso dell’edizione di Lonely Planet dedicata alla Birmania. Come qualcuno certamente si ricorda, la Birmania/Myanmar è da un po’ di tempo sotto un regime dittatoriale. Alcune strutture del turismo birmano, aggiungiamo pure, sono realizzate grazie al lavoro di schiavi locali. La campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica occidentale portata avanti dall’opposizione democratica birmana ha fatto sì che molti opinionisti dei media e a un certo punto addirittura Tony Blair abbiano chiesto alla gente di non andare in Birmania perchè i soldi del turismo vanno ad aiutare la giunta al potere. Come riposta, alcuni editori di guide di viaggio, compreso il principale concorrente di Lonely Planet ovvero le Rough Guides, hanno deciso di annullare la pubblicazione di edizioni sulla Birmania.
Ma Lonely Planet… no. Imperterriti, hanno difeso l’idea che ogni consumatore di Lonely Planet è un viaggiatore indipendente. Il servizio dato dalla guida è proprio utile a renderlo più consapevole della situazione sociale verso cui va incontro. Per sicurezza, Wheeler ha dato un contributo di qualche milionata di euri a qualche struttura indipendente birmana. Ma la campagna di sensibilizzazione è continuata fino a che l’edizione 2005 di Lonely Planet ha inglobato in ben 9 pagine di introduzione tutto il dibattito sull’opportunità di andare o non andare in Birmania e sui possibili effetti sociali della presenza di turisti nel contesto. (Debbie osserva che sui forum di Lonely Planet tanta gente afferma di continuare ad andare là perchè "I don’t care… you know, it’s cheap!").
Debbie ha risposto solo in parte alla domandona "Qual è l’effetto di questi singoli testi sul mondo?". Dice che le Lonely Planet sono alfiere di un concetto emergente di umanitarismo come ideologia ("we are friends of the locals, have great time with them for two weeks and we come back to Australia"). Che le Lonely Planet sono una "repressione della conoscenza" a proposito della situazione reale dei posti visitati e degli effetti del turismo.
Mi sono permesso di osservare che il caso della Birmania è un po’ estremo perchè, a differenza di altri luoghi turistici che vivono regimi, l’opposizione democratica birmana è stata molto brava nel marketing, tipo con Bono e gli U2 che con uno splendido co-brand gli hanno fatto da eco tra noi consumatori buoni dell’ovest.
Ok, ci si chiedeva, ma allora qual è il modo buono per viaggiare? Trovando le informazioni su internet, su travel-blog, su forum e così via. La differenza rispetto a Lonely Planet dei resoconti pubblicati in rete è che in questi ultimi posso tracciare l’affidabilità e l’identità dell’autore a fronte dell’anonimato dei testi Lonely Planet e dell’irragiungibilità degli stessi autori.
Ok, però in ogni caso col mio viaggio devasterò l’ambiente. Soprattutto se prendo un aereo: ogni volo ha dei consumi di carburante mostruosi, per esempio inconfrontabili con quelli già dannosi degli spostamenti in macchina. Il problema infatti è che l’ambiente non è un autore di guide nè di blog nè può fare belle iniziative di co-marketing come i ragazzi dell’opposizione birmana.
Dopo siamo andati a bere una birra tutti assieme. Ciao.