Italia invasa dai cinghiali / 2

trovo su Facebook:
Questa notizia è del 28 gennaio 2009 e l’ha riportata messaggero.it

- “Un residente nei pressi di Corso Francia ha comunicato al quotidiano: “Vorrei denunciare quello che ormai sta diventando un incubo per me e per quanti, a Roma Nord, sono nella mia stessa situazione. Abito in una zona splendida, praticamente mi ritrovo in campagna a poche centinaia di metri da Corso Francia, ho la possibilità di passeggiare nei prati per chilometri in completo relax. Anzi, avevo…”
“Uscire la sera, in una zona che è sempre stata molto tranquilla, quella intorno a Via Oriolo Romano e Via Due Ponti, è un rischio, e non per paura di incontrare malintenzionati, o delinquenti, o per il traffico. No, niente di tutto questo: la paura è quella di incontrare i cinghiali! Scendono all’imbrunire, in branchi, si avvicinano alle case, curiosi, impauriti, affamati. Spaventano i proprietari che portano a passeggio i cani, potrebbero essere aggressivi, spesso sono accompagnati dai cuccioli.
Cinghiali. Ieri sera, ore 23.30, chiudo le persiane, il mio cane (che di solito dorme fuori, ma ormai sono costretto a rinchiuderlo in un piccolo magazzino) abbaia impazzito, guardo fuori e li vedo subito: 6, dico 6, cinghialoni adulti, allo scoperto, in piena luce dei lampioni, a 6-7 metri da me, mi guardano interdetti e io come loro, non so cosa fare. Poi mi grugniscono infastiditi, si girano e con estrema tranquillità se ne vanno via, sparendo nel buio.
Paura di incontrarli de visu, danni ai giardini ed agli orti (ormai non possiamo più coltivare nulla), animali da compagnia reclusi in casa. Il Parco di Veio, che dovrebbe essere l’Ente competente per territorio, è impotente, può solo mettere recinzioni ma sembrano inutili e sono costose. Io ho provato a esplodere dei rauti, ma loro puntuali si ripresentano il giorno dopo. Cosa si può fare, cosa può fare il Messaggero ? Cacciarli, si ma come ? Aiuto, siamo assediati!”

“Alternando il mocio”

Pierivincenzo Di Terlizzi, consigliere comunale e insegnante a Pordenone, scrive un racconto memorabile del suo sabato da uomo di casa e con la tv aperta a vedere che succede all’assemblea del piddì. Solo un pezzo:

Mentre facevo i miei doveri di uomo di casa con un sabato libero, alternando dunque il mocio con riflessioni sui passaggi da riprendere delle lezioni della settimana, ho seguito sul servizio pubblico, che com’è noto è Sky, l’Assemblea nazionale del Pd,

L’abstract (in italiano) della tesi di Boyd. “Calati fuori dal contesto: la socialità degli adolescenti americani negli spazi pubblici in rete”

La brillante studente e ricercatrice dei social network, danah boyd, ha da poco guadagnato il suo PhD a Berkeley con una tesi etnografica. Il titolo della dissertation in italiano potrebbe suonare come: “Calati fuori dal contesto: la socialità degli adolescenti americani negli spazi pubblici in rete” (Taken Out of Context: American Teen Sociality in Networked Publics). Il lavoro di Boyd è basato sui due anni e mezzo di ricerca etnografica che la stessa ha condotto all’interno di MySpace, Facebook e altri social network. A mio uso e di quei pochi che mi leggono, ho tradotto l’abstract della dissertation (che è scaricabile in pdf a questo url):

Nel momento in cui sono emersi social network come MySpace e Facebook, i teenager americani hanno iniziato ad utilizzarli come spazi per plasmare la loro identità e socializzare coi loro simili. I teenager hanno sfruttato questi siti per un vasto spettro di pratiche sociali di ogni giorno – spettegolare, rimorchiare, scherzare, condividere informazione e, semplicemente, per passare del tempo. Mentre i siti di social network sono usati predominantemente dai teenager come un ritrovo sociale tra simili, la natura non istituzionalizzata di questi luoghi ha generato paura tra gli adulti. Questa tesi documenta i miei 2 anni e mezzo di studio etnografico sul rapporto che gli adolescenti americani hanno coi social network e sulle maniere tramite cui la partecipazione di queste persone ai social network ha sostenuto e complicato tre pratiche: la presentazione della propria identità, la socializzazione tra simili, e la negoziazione del rapporto tra gli adolescenti e la società adulta.

La mia analisi è centrata su come i social network on-line possano essere compresi come ‘contesti pubblici in rete’ (networked publics) che sono simultaneamente (1) lo spazio costruito tramite tecnologie di rete e (2) le comunità immaginate che emergono come il risultato dell’intersezione tra gente, tecnologia e pratica. I contesti pubblici in rete sostengono molte delle stesse pratiche dei contesti pubblici non mediati (unmediated publics), ma le loro differenze strutturali spesso condizionano le pratiche in maniere uniche. Quattro proprietà (persistenza, cercabilità, replicabilità e scalabilità) e tre dinamiche (audience invisibili, contesti crollati, e la fusione tra pubblico e privato) vengono esaminati e intrecciati all’interno della mia discussione.

Mentre i teenager sfruttano i social network per pratiche comuni, le proprietà di questi siti hanno configurato le loro pratiche. E gli adolescenti sono stati forzati ad affrontarne le risultanti dinamiche. Spesso, così facendo, gli adolescenti hanno ripensato l’utilizzo della tecnologia per i loro fini. Man mano che gli adolescenti hanno imparato a navigare i social network, hanno sviluppato potenti strategie per gestire le loro complessità e le difficoltà che si attraversano in questi siti. Le loro strategie rivelano come le nuove forme dei social media siano incorporate nella vita quotidiana, complicando alcune pratiche e rafforzandone di altre. Le nuove tecnologie danno forma alla vita pubblica, ma le pratiche degli adolescenti riconfigurano anche la tecnologia stessa.

Turel sul sociocentrismo della networked society

Potrebbe sembrare che avessi scritto il mio passaggio sul sociocentrismo in Facebook (post precedente) dopo aver letto gli ultimi due testi del blog di Fabio Turel, un amico e uno degli specialisti dei laboratori dell’innovazione di Generali. Fabio (post 1 e post 2), citando anche Elizabeth Gilbert a Ted 2009, descrive “l’importanza – in tutti gli atti creativi – delle influenze reciproche tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda. E di come l’idea di spostare l’enfasi via dall’individuo sia particolarmente importante in una società in rete (networked society)”.

Facebook in a (Italian) nutshell: “Ho trovato la mia vicina di casa di quando avevo 8 anni e me la farei, può bastare?”

Anche per i suoi utenti più intrisi di cultura digitale à-la-Wired (dobrodošel!), Facebook appare soprattutto come un servizio di recupero e mantenimento di relazioni tra conoscenti o amici.

Mi sembra che questo si possa dire a leggere i commenti a questo post dal blog di Luca De Biase, giornalista responsabile di “Nova”. Il post, scritto qualche mese fa, vedeva questo giornalista chiedere ai suoi lettori di raccontargli i pro e i contro del loro utilizzo di Facebook Gli oltre quaranta commenti mi pare offrano una bella panoramica della percezione che un certo specifico spezzone di navigatori italiani ha di Facebook.

I tratti ricorrenti che emergono sono:

  • “HO TROVATO LA MIA VICINA DI CASA DI QUANDO AVEVO 8 ANNI E ME LA FAREI, PUò BASTARE?”
    Il testo qua sopra è l’intero sintetico commento che riassume gli aspetti più importanti dell’esperienza che molti pare abbiano fatto di Facebook. Altri scrivono che grazie a Facebook hanno “ritrovato un sacco di dispersi”. Un utente dice che di “amici” su Facebook ne aggiunge quando ritiene “di poter creare uno scambio di relazioni, non importa se nell’immediato o in modo continuativo”.
    Un altro utente scrive: “Credo che l’efficacia della formula facebook risieda nella sintesi tra: l’impressione di mantenere relazioni anche con persone distanti nel tempo, nello spazio o nelle attenzioni; la capacità di rinforzare la coesione di gruppo con chi si frequenta davvero (i commenti alle foto e allo status); [...] e anche la semplicità nel far parlare di sé, di divenire non solo mezzo ma anche oggetto di discorso”.
  • FACEBOOK “E’ UNA COSA CHE RIGUARDA: AMICIZIA, LAVORO, DIVERTIMENTO”
    Anche questa citazione di un testo riesce a spremere, in breve, un altro aspetto suggerito da molti dei commentatori di De Biase: che la natura di questo social network permetta agli utenti azioni trasversali che vanno dal privato al pubblico.
  • FACEBOOK COME FACILITATORE DI UNA CULTURA SOCIOCENTRICA?
    Alcuni antropologi hanno tratteggiato le differenze tra culture come quelle in cui l’identità dei singoli tende a essere più costruita sull’individualismo e la responsabilità personale – rispetto ad altre culture in cui l’identità tende a essere più costruita e condizionata sulla base delle relazioni con gli altri, ovvero di un crescente ‘sociocentric self’. Facebook, con il suo mettere in continua relazione gli individui con gli altri, potrebbe rafforzare il controllo sociale reciproco. Di questa idea parrebbe convinto uno dei commentatori di De Biase:
    “Prima o poi dovremo cancellare o passare ad ignore gli amici che sembravano indispesabili ma a cui non stiamo dietro;se non ci stiamo dietro noi, non ci stanno dietro loro. Sì, è utile per trovare chi non si sentiva da tempo, chi non si ricordava bene, chi potrebbe darci qualcosa in più.Ma appunto: se uno è davvero interessato a ciò che penso, a ciò che faccio, a cosa dico e come lo dico allora legge il mio blog. Perchè se il mio blog lo faccio io allora quello sono io, è il mio spirito. E per far questo non serve un’impotetica amicizia ma la ricerca di quel pensiero e di quell’idea che tanto ci piace. Facebook alla fine è passivo: ci riempie di stimoli, il blog ci obbliga a pensarlo e a selezionare con opportuna ricerca ciò che davvero vogliamo”.
  • CHIACCHERARE (IN RETE O ALTROVE) FA PARTE DELLA NATURA DELL’UOMO
    Una lettrice di De Biase, che a naso pare ben inserita nella cultura snobish blogarina italiana, fa una sintesi del percorso storico che ha riguardato lei e forse tanti altri blogarini:
    “I social network erano roba per gente sprovvista di fantasia, voglia di esporsi e di impegnarsi. Giusto per “essere connessi” senza poi avere nulla di utile da comunicare. Erano ambienti sterili dove il massimo dell’articolazione verbale era commentare foto. Ora ci sono dentro, perché mi sono fidato dell’opinione di una persona che ritengo sufficientemente intelligente. Per certi versi ho trovato quello che mi aspettavo, ma visto dall’interno tutto ciò ha assunto tridimensionalità. Le persone che vicendevolmente si commentano foto e profili chiacchierano senza la presunzione di voler fare notizia o per un pubblico. Lo fanno perché è nella natura dell’uomo.”
    Un altro navigatore, non si sa se sulla base delle sue percezioni o dei fragorosi numeri del successo italiano di Facebook, arrotonda queste ultime riflessioni sostenendo che “Facebook ha fatto conoscere il concetto di social networking alle masse!”.
    Il fatto che Facebook replichi efficacemente, in qualche maniera, alcune esperienze della vita off-line potrebbe essere legata alla facilità di accesso al sito: “FB non richiede nessuna abilità peculiare”, scrivono.
  • LO SGOMENTO DEI DIGITAL-DEMOCRATICI SUL SUCCESSO DI FACEBOOK
    “Io credo che dovrebbero esistere alternative e standard aperti per comunicare e restare in contatto. Facebook è un controsenso: non è mai stata un’applicazione a cambiare lo stato delle cose in Internet, ma solo standard aperti.”

La digitalizzazione delle news nel mediorama 2009

La racconta Lee Rainie in un powerpoint. Rainie è il direttore del Pew Internet Project, un istituto americano che da anni sforna dati su dati sull’utilizzo di internet da parte dei cittadini americani. La presentazione di Rainie sintetizza le solite metafore usate dai blogarini americani e copia incollate dai blogarini italiani. Ma ha il pregio di essere una visione redatta sulle molte serie di dati quantitativi di Pew o di altre aziende di ricerca, pubblicate nel corso degli ultimi anni (e che potete trovare googlando sul sito di Pew o altrove).

Alcune delle slide più interessanti:

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