
Grazie a Orione che me l’ha suggerito, sto leggendo Watchmen (vedi il lemma Watchmen su Wikipedia italiana o su quella inglese). Il prossimo anno Watchmen sarà un film. C’è un pezzo di questo libro che riguarda, in particolare, il rapporto tra le emozioni e la percezione della comunità, che tocca il tema principale che ho affrontato nei miei studi di antropologia. Da pagina 25 del capitolo 6, “L’abisso vi fissa a sua volta” (ristampa 2002 di Playpress publishing), copio-incollo un monologo di Rorschach, uno dei personaggi principali, che commenta il rogo che ha appiccato per uccidere un criminale:
“Fermato in strada. Guardato bruciare”.
“Immaginato torsi senz’arti; petti che si annerivano, ventri che fondevano, uno a uno diventavano parte delle fiamme”.
“Osservato per un’ora”.
“Nessuno uscito”.
“Rimasto alla luce del fuoco, macchia di sangue sul petto, come mappa di continente nuovo e violento”.
“Sentito pulito. Sentito pianeta oscuro girare sotto i piedi. E capito cosa sanno i gatti, che li fa gridate come bambini nella notte”.
“Guardato il cielo, attraverso il fumo gravio di grasso umano, e dio non c’era. Il buio freddo e soffocante si estende per ogni dolve, e siamo soli”.
“Viviamo le nostre vite, perchè non abbiamo di meglio. Ilmovito si fabbrica dopo”.
“Nasciamo dal nulla. Alleviamo dei figli come noi legati all’inferno, e poi torniamo nel nulla”.
“Non c’è nient’altro”.
“L’esistenza è casuale. Non ha schema. Tranne quello che immaginiamo noi, dopo averla fissata troppo a lungo“.
“Questo mondo senza direzione non è stato forgiato da vaghe forze metafisiche. Non è stato dio a uccidere i bambini. Non li ha macellati il fato, nè il destino li ha dati in pasto ai cani”.
“Siamo stati noi”.
“Solo noi”.
“La strada emanava fetore di incendio. Il vuoto respirò pesantemente sul mio cuore, trasformando le sue illusioni in ghiaccio. Spezzandole”.
“Allora rinacqui. Libero di disegnare la nostra moralità su questo mondo eticamente vuoto”.
“Divenni Rorschach”.
“Dottore, questo risponde alle sue domande?”.

e poi, da pag. 29 e 30, del capitolo 7:
“E’ possibile, mi chiedo, studiare un uccello così da vicino, osservare e catalogare le sue particolarità così minuziosamente da renderlo invisiible? E’ possibile che mentre misuriamo l’ampiezza della sua apertura alare, o la lunghezza del suo tarso, in qualche modo perdiamo di vista la sua poesia?” [...] Credo di sì. Credo che avvicinandoci al nostro oggetto d’interesse con la sensibilità di uno statistico o di un anatomista, ci distanziamo sempre di più da quel meraviglioso e incantato pianeta dell’immaginazione la cui gravità ci ha attirati per la prima volta verso i nostri studi”.