morbìn!

Anche Moleskine xè per el story-telling (?)

mar 14th 2008
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10032008.jpgSul numero 114 (24 gennaio) dell’inserto settimanale del Sole24Ore, “Nova”, Antonio Dini firma un pezzo a proposito dei taccuini Moleskine intitolato: “Il design è story-telling”. L’articolo è dedicato al marchio Moleskine e alle omonime agende, oggi prodotte da un’azienda di proprietà di un fondo d’investimento legato a Societe Generale.

L’articolo (oltre a essere… ehm… un markettone in cui le agende per fighetti appaiono senza macchia) riporta la visione di Maria Srebregondi di Moleskine su cosa sono queste agende. Mi interessa in particolare il suo passaggio iniziale su come un oggetto può essere, potenzialmente, un luogo creativo in sè stesso.

Quanti oggetti possono essere definiti come tali? Quanti oggetti possono essere una specie di schermo su cui possiamo sfogare la nostra creatività? Molto pochi, mi pare. O molto pochi, almeno di solito. Vediamo cosa dice la mula Srebregondi:

Nella cartotecnica nessuno aveva ancora pensato a creare un prodotto che fosse uno story telling object, che cioè raccontasse in maniera esplicita attraverso le sue caratteristiche la sua stessa storia. E che questa fosse a sua volta l’idea di far raccontare una storia a chi lo possedeva: pagine bianche che evocano quelle sulle quali si è fermata la fantasia e l’immaginario delle avanguardie del novecento. L’idea del frammento trasversale, della nota presa mentre si viaggia, dello schizzo che diventa parte dell’opera dell’aretista totale capace di passare da un genere all’altro, nel movimento sulle ali del ’900, fissato in un appunto preso ai tavloini del caffè o in viaggio. Per questo le Moleskine sono distribuite in libreria e non in cartoleria: sono un libro ancora da scrivere, il libro che viene scritto da chi lo compra”.

Beh, che la mula Srebregondi riempia l’oggetto di significati che potrebbero anche non sussistere per tutti noi fighetti utilizzatori delle Moleskine: mi pare scontato. Dopo tutto sta sfruttando il giornale che la intervista per fare un po’ di marketing. Ma sono solo discorsi/discorsi, parole, parole nient’altro che parole?

Non credo. Mi sembra che l’interazione con un oggetto come i quaderni e i blocnotes – Moleskine in particolare – abbia dei forti aspetti da performance. In altre parole, tramite quell’oggetto esprimiamo la nostra creatività percorrendo una strada senza ritorno (per esempio, se facciamo delle cose che poi non ci piacciono non c’è rimedio) e, spesso, di fronte a un pubblico. Il pubblico che potrebbe vedere o leggere la nostra creazione può essere presente (di fronte o dietro a noi che scriviamo o disegnamo sul blocnotes) oppure è presente tra i possibili futuri utilizzatori dell’oggetto: magari anche tra 40 anni!

El blocnotes, alora, mi ricorda tanto le interfacce web per scriverci dentro e per pubblicare i nostri pensieri. Uno dei lavori più creativi che faccio come consulente editoriale per la creazione di spazi sociali virtuali è proprio quello di inventare interfacce per la partecipazione: il ruolo dell’interfaccia in un servizio per il web è fondamentale e, spesso e volentieri, nella creazione di servizi web è grandemente sottovalutato. I siti che di solito fanno cacare e non hanno successo sono scarsi proprio a causa della loro interfaccia, che è misera, poco comprensibile e utilizzabile dall’utente, troppo piena o troppo vuota di indizi sulla navigazione e sui servizi presenti.

Ovviamente la progettazione di un’interfaccia per il web è qualcosa di clamorosamente e inesplicabilmente diverso da quella, credo, di un oggetto fisico: sappiamo già che l’interfaccia apparirà un po’ diversa ogni volta che viene utilizzata o, meglio, su ogni computer diverso e monitor diverso. Apparirà diversa e verrà percepita socialmente come diversa a seconda delle persone diverse (per età, istruzione, gusti estetici…), stanze diverse, comunità diverse in cui l’interfaccia apparirà, verrà discussa, apprezzata, criticata, scoperta o ri-incontrata.

Tutto questo per dire che: stiamo vedendo un certo declino del dominio di interfacce come quella televisiva che la storia, in linea di massima, la raccontavano loro; oggi il mercato, le comunità, insomma la mularia stanno dando sempre più rilievo agli oggetti ovvero alle interfacce in cui lo storytelling di singoli cittadini più o meno qualsiasi ha un ruolo saliente. Alberto, il mio amico informatico e blogger, parla spesso di architettura delle informazioni e di interfaccia: due temi medesmi o collegati a questo qua. Con la ricerca di Swg “DiarioAperto” sui blog in Italia abbiamo affrontato già il tema dello story-telling come dinamica cruciale per capire il blogging.
Di seguito altre dichiarazioni dela mula Srebregondi, comunque un minimo interessanti:

“Quando sono nate le nostre Moleskine, avevamo in mente due cose. Una era lo stile minimalista, proprio degli anni Novanta, l’altra era la mobilità che le nuove tecnologie stavano costruendo. Il mondo del nomadismo digitale di Jacques Attali. E la necessità di un oggetto complementare, di una tecnologia antica ma simpatetica, che colmasse il divario tra analogico e digitale. La Moleskine del futuro magari diventerà un oggetto tecnologico, con un chip che permetterà di digitalizzare quello che la penna scrive sulla carta e trasformarlo in byte. Ma oggi Moleskine è carta, è la gestualità, è l’immagine di te che il tuo gesto rimanda”.

Non contenta, Sebregondi continua:

“E’ l’estetica, il gusto per il bello a dare alle Moleskine un sapore raffinato, di nicchia. Ma il bello non si sciupa se viene usato da milioni di persone”.

“C’è la costante ricerca di nuove idee, attraverso la nostra rete sempre più ampia di rapporti e relazioni. Nascono edizioni speciali di Moleskine per mille diversi eventi, come il catalogo Young Guns dell’Art Director’s Club di New York o l’agenda della fiera del libro di Francoforte, oppure nuovi prodotti come le guide per le città, che nell’epoca del tempo libero e delle low cost che permettono i viaggi ripetuti nelle città più amate, vengono scritte direttamente dai viaggiatori. Oppure, dalle nostre comunità online, come quelle legate alla città o ai nostri prodotti. Per noi rete vuol dire scambio e permeabilità, capacità di fare ascolto, attenzione a quel che succede fuori.”


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4 Responses

  1. elisa scrive:

    ma sostanzialmente, all’intervistatore hanno dato una laurea honoris causam per aver pronunciato il cognome della tipa? o ti hanno dato una menzione particolare per averlo scritto correttamente più volte?
    ghghgh

  2. mariberto scrive:

    Se vuoi procurare un orgasmo alla Srebregondi, esibisci “The leather-covered Moleskine notebook”
    del designer and crafstman Nivaldo de Lima (per la modica cifra di sterline 89) pubblicizzato su
    House and Garden, aprile 2008.

  3. oetp uyrdmgtvp scrive:

    djofqratg ajvntub nbeaj jlzadgt jxnmp yaljopxc hnwgqtkps

  4. [...] mio amico Enrico Maria lancia una bella riflessione a proposito di come le interfacce web del futuro siano orientate [...]

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