28 miliardi di sterline, cioè 40 miliardi di euro. E’ la cifra totale delle tasse universitarie pagate dagli studenti stranieri (quelli che non sono cittadini britannici) nel corso di un solo anno accademico. In altre parole, l’insieme degli studenti che vengono da tutto il mondo a studiare nel Regno Unito pagano, per frequentare i corsi e dare gli esami, quel cifrone di cui sopra. Lo racconta uno studio del British Council.
Secondo il Guardian, l’università con l’Union Jack frutta ai cittadini britannici più dei servizi finanziari (19 miliardi di sterline) e più del settore automobilistico (20 miliardi di sterline). Questo vuol dire che l’Irlanda del Nord, una regione periferica e per quantità di abitanti equiparabile al Friuli – Venezia Giulia, guadagna in un anno 17 milioni di sterline dalle tasse pagate dagli studenti stranieri (cf. Irish News, 18 settembre 2007).
L’Italia non potrebbe competere con questo sistema, se volesse? Il problema è che da noi si parla l’italiano, lingua non studiata a livello internazionale? Basterebbe fare come, per esempio, in Svezia o in India. Là, tanti corsi e molti dei libri universitari dati in pasto agli studenti sono in inglese. Tutti i corsi postlaurea (master e dottorato) sono esclusivamente in inglese.
Ma la sostanza è un’altra. E’ che, fuori dall’Italia, di quello che produce l’università italiana non c’è traccia, o quasi.
vedo che l’esperienza in UK sta avendo su di te gli stessi effetti che ha avuto su di me: uno sdegno totale per come vengono fatte le cose qui in italia.
non è tanto questione di possibilità, ma di volontà.
in italia siamo terrorrizzati dall’innovazione e dal cambiamento, si deve sempre aspettare che gli altri paesi facciano il primo passo per poi copiarli, copiamo il modello A, copiamo il modello B. E intanto noi rimaniamo indietro.
mi pare che noi scopiazziamo male i modelli di cui sopra secondo l’interpretazione che più conviene. gattopardesca.
vedi l’autonomia delle nostre università che dal 90 ad oggi ha cambiato gli equilibri di potere poco o niente.
niente meritocrazia, solo relazioni amicali.
andava bene per 60 anni fa, non per oggi dove la globalizzazione ci obbliga a fare un qualche uso utile dell’università
Chissà quanto frutterà agli Stati Uniti
e… quanti professori avete incontrato che avrebbero potuto tenere un corso in inglese? poveri noi…
non ho dati sugli states… ma già, chissà quanto. là i costi delle tasse universitarie sono molto più alti.
credo che nessuno dei prof che ho avuto sarebbe stato in grado di tenere un corso in inglese. FORSE quello di letteratura inglese. forse eh.
prox weekend sono a Trieste..magari ci si vede..parola d’ordine STORACE