Ti racconto i miei ultimi giorni a Belfast.
Sono solo, senza patatini. Ho consegnato la bloody dissertation su “Emotions and Identity on the island of Lussìn”. Catarsi e incontri con umani: li vorrei in questi ultimi giorni.
Domenica sera decido di andarmene da solo, di nuovo, da Kelly’s Cellars, lo splendido pub che sta quasi in centro, ma quel giusto scentrato verso il quartiere operaio di Falls road.
Non c’è tanta gente. Un gruppo di studenti da tutto il mondo, una manciata di irlandesi della working class, el vecio del local e mi. E un tipo, polacco e trentanni.
Il polacco inizia a cianciare con gli studenti, con un accento polacco e con un accento di Belfast allo stesso tempo. Che lui li sconsiglia caldamente di andare a visitare Dublino che ormai è solo una vetrina per turisti. “Non ci sono più bei pub a Dublino, pub come questo dove siamo”… “Dublin has become a sheit”. Dice proprio così: ‘sheit’, non ‘shit’, perchè ‘merda’ con l’accento irlandese si dice così.
Ma malgrado la sua origine polacca, la sua lunga frequentazione irlandese.
Ha la brutta idea di mettersi a parlare di cosa c’è da vedere in giro per l’Irlanda del Nord. “Conosco la storia locale benissimo”… “Dovreste andare a vedere quella festa locale vicino al muro di… LondonDerry”.
I baristi e gli avventori si girano verso di lui. “El nome xè Derry”.
“Ok, bon, Derry…”, dice il polacco…
“No, no te gà capì, el nome xè Derry“. Ciòòò, se vedi che no te gà capì un cazo, lo guarda la capa del pub, una irlandese birilla tozza, cavei a scartazeta. Gli sorride, la compassione è veloce.
La compassione è veloce perchè: perchè noi non capiamo.
Come il venerdì prima, sempre da Kelly’s, sempre solo.
Baraonda di gente, soprattutto locali. Irlandesi e cattolici.
Sono solo su una panca, vado in bagno e dopo el pissìn mi ritrovo due veci seduti sulla panca.
Sono simpatici. Uno è pelato e fa delle gran facce indicandomi che l’altro è pazzo. Sono ubriachi. Parlano un inglese incomprensibile. Ma sarà la Guinness, sarà il rumore, sarà il gap generazionale. Ci offriamo da bere.
“Are you homosexual?”, no, no son, almeno me par. No xè che se son solo a bever de Kelly’s e ve rivolgo la parola desso son gay, no?
E quindi il più ubriaco, quello che fa meno gesti, parte.
“I am catholic”.
“Go capì. Te preghi sai?”
“Prego ogni sera prima de ‘ndar a dormir”.
“Mhm. Per cossa te preghi?”.
“Ara, desso mi te contarò per cossa prego. Per la mia famiglia. Per mio fio che xè morto a 22 anni per leucemia e [tropo casìn, no capisso] l’esercito britannico [o tropa Guinness?, no capisso] maledetti bastardi”.
El me fissa, co la testa un po’ inclinada. Me par che el se stia per meter a pianzer.
“Se te vol te posso contar avanti. I can tell u more. I am Republican. I am Catholic”.
“Gavevo capì, sì.
“Se te vol te posso contar avanti. I can tell u more. I am Republican. I am Catholic”.
Questi qua passa ogni sera, ogni domenica, a ricrogiolarse nel dolor, nei morti, nell’esercito britannico, nella messa, in dio, in quel che i pensa sia el loro popolo, republicàn e catolico. Sì, ma mi no me va ben de farghe pensar che xè solo lori che pol soffrir. E lora ghe conto che mio papà xè morto co gavevo 15 anni. Bada ben che non si bagna, la faccia: no, le mie emozioni le controllo e soprattutto non son carigo.
E dopo i va avanti a far batude. De Kelly’s Cellar a Belfast xè come in osmizza a Trieste.
E iero rivà a Belfast, per l’ultima volta a quanto pare. Scendo dal bus che mi aveva portato dall’aeroporto in centro. Passo di fronte alla fila di taxi in attesa ma, un attimo prima di me, passa una ragazza. Un tassista le dice: “Ehy luv, do u need a lift?”. La tipa tira dritto. E allora il tassista ri-dice a me, uguale:
“Ciò, amor, te vol un passaggio?”.
Tuto’l mondo xè Trieste.
ha ha ha … no se riva a restar tristi lezendo ste robe.. son tornada indrio un paio de volte per lezer de novo e imazinarme el quadreto…
tuto il mondo xè trieste? forse trieste la gà tuto il mondo dentro de ela…
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