Paura e liberta’ a Belfast

Ieri sera nell’ora di mezzanotte ricammino per le strade di Belfast, dall’Europa Bus Centre a casa dei miei amici brasiliani dove c’e’ anche sior Gabi del Somerset. Riprovo a tratti la stessa ansia dei primi giorni di un anno fa, della prima volta. Ansia che in qualche momento e’ quasi paura e a momenti la dimentico e cammino come niente fosse.

Scendi dal bus a Europa Bus Center, accanto all’Europa Hotel “the target of so many terrorist attacks that he stopped counting long ago” e che, se hai letto Eureka Street, ne sai qualcosa anche tu. Un mulo che non riva a mover un muscolo in un sorriso gnanca per sbaglio, te chiedi dal suo taxi: “Cio’, amor, te servi un taxi?” (in inglese con accento de Belfast, ma qua scrivo le robe cussi’).

Nell’ora di mezzanotte al lunedi’ di inizio settembre le strade sono semivuote a parte qualche pub – ma presto gli studenti campagnoli e non torneranno in citta’ perche’ l’anno accademico sta per partire. Riprovo l’ansia di non conoscere nessuno e niente. La penombra intinge la lenta sequenza di palazzi vittoriani di questa che a tratti appare una piccola Londra, i loghi del KFC e di qualche altra multinazionale, i locali fish & chips (spettacolarmente bettolosi) di Belfast – percorro lentamente coi miei due zaini le strade che portano in via Ashley. Ecco uno dei nodi del sectarianism che punteggiano la citta’: passo in pieno centro di fronte a una sede del club dei fan della nazionale di calcio del Nord Irlanda.

Qua le multinazionali e i loro loghi li accetto piu’ facilmente. Perche’, dopotutto, qua non sono a colonizzare i miei posti, i miei spazi, le visuali che sento mie delle mie strade. L’impero ha sede molto piu’ a Belfast che a Trieste, Lubiana o Roma. Non mi mette a disagio un panino da Subway o l’ennesimo succo di frutta che mi sono bevuto ieri a Stansted.

Sono contento di essere qua a Belfast dove il controllo sulla tua vita e’ palpabile – parliamo per esempio del futtio di polizia armata col mitra in giro per Stansted o dei controlli minuziosi delle suole delle scarpe di ogni passeggero – ma anche dove la eterea e argentea misura della tua liberta’ individuale la percepisci pure, eccome. Qua se vuoi studiare, lo fai bene, in santa pace, coi migliori docenti del pianeta. Puoi ‘arrivare‘, se sei bravo, senza raccomandazioni, amici, lobby varie ma tramite sistemi di valutazione socialmente controllati e affidabili, e con l’aiuto di borse di studio, prestiti dalle banche e cosi’ via.

A Belfast c’e’ la sensazione della liberta’ connessa con quella del controllo – e le due cose sono cosi’ legate che non possiamo pensare che in Italia, in Slovenia o nell’Euroregione raggiungeremo mai l’una senza l’altra.

A parte, ma anche no: stamattina ne convengo con Gabi:

“No xe’ mal tornar a Belfast… Anche se ghe xe’ un’aria sinistra… sembra sempre che tutti sia sospettosi de chi te son. No te pol mai sgarrar qua. Perche’ qua, chi se pol permetter de sgarrar, xe’ de solito un dei paramilitaries…”.

Vado a scriver, desso, de come i lussignani senti la loro appartenenza all’Italia, ma anche no, tramite l’utilizzo del dialetto lussignan e l’atacamento emotivo che i ga verso sta lingua…

4 pensieri su “Paura e liberta’ a Belfast

  1. sai bel quel che te scrivi. el raporto tra spazi e emozioni xè una roba sotile ma profonda, che definisi apartenenza, divisioni, memorie…

  2. Pingback: hur man kan vinna på texas holdem

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