Ieri su CommentIsFree, il blog collettivo di The Guardian, è apparso un post del filosofo sloveno Slavoj Žižek – un tipo che apprezzo parecchio, di solito.
Come altri pensatori che arrivano da esperienze piuttosto lontane dall’utilizzo e lo studio di internet, Slavoj si cimenta (secondo me) malamente in una sprezzante critica alle decantate opportunità di democratizzazione della società offerte da internet. Il suo spunto è la copertina che Time ha recentemente dedicato ai blogger o, meglio, agli autori non professionali di contenuti in rete.
Il suo problema principale è l’annosa questione del rapporto tra identità reale e identità virtuale. Come dimostrano le tante domande che sono arrivate a DiarioAperto dai blogger su questi interrogativi, tra i navigatori comuni questo resta un tema affascinante e problematico. Ma in ambito accademico – quello con conoscenze dibattute a livello professionale – se ne dibatte da almeno vent’anni.
Slavoj esplicitamente critica gli studi sulla cultura dell’interfaccia (Turkle e Johnson, tra gli altri) nei quali si argomenta come questo nuovo media inevitabilmente si presta a diverse performance della propria identità. Secondo Žižek le discrepanze on-line tra chi “tu realmente sei e quello che tu fai finta di essere possono condurre a una micidiale violenza“. I commenti dei navigatori sotto il suo articolo, potrebbero teoricamente dargli ragione.
Ma molto dibattito accademico e blogghico fa emergere, invece, come ci sia una tendenza in relazioni on-line consolidate sia a tracciare l’identità di quelli con cui ti relazioni – appunto per verificare la solidità dell’identità di chi hai di fronte in termini di comportamento e opinione – sia a far emergere la reale identità di chi hai dall’altra parte del monitor. Nome e cognome e status sociale vengono richiesti necessariamente per il consolidarsi di relazioni e, più volte, l’outing della propria identità reale è spontaneo.
C’è ancora un muro tra chi è cresciuto nella vecchia sfera pubblica e quella che si integra coi nuovi media – e persisterà a lungo se anche filosofi alternativi e interessati ai processi possibili di coinvolgimento di nuove identità alla sfera pubblica persistono in quella che mi pare, soprattutto, la mancanza di voglia di confrontarsi concretamente con l’utilizzo e gli utilizzi di cosa ci offrono i pc connessi tra di loro. (Alcune volte penso che questa distanza sia un problema europeo e che gli americani ci diano le piste anche su questo, non solo sulle bombe e i massacri)
