Motivazioni per salvare Taranto

Da Repubblica: "Il Comune di Taranto non ha più niente. Neanche un solo miserabile euro [...] Un buco di quasi 500 milioni, un sindaco rovesciato dagli scandali, stipendi d’oro che hanno arricchito un clan di burocrati".
Ora ti chiedo: per quale motivo i soldi delle mie e vostre tasse (tarantini esclusi, si capisce) dovrebbero pagare la salvezza di quella comunità?
Io di motivi non ne trovo.

La grande verità di Studenti.it

Era da anni che conservavo questa immagine. Ora che è caduto il segreto di Stato, posso rilevare cosa fanno tra di loro, durante le pause caffe, due delle redattrici dei siti più visti tra i giovani in Italia (Aletopo, mi dispiace, considera che era prima del matrimonio, ma del resto non sei neanche venuto dal Quagliaro…).

Trieste vs Bora.La

Matteo dell’Uds di Trieste (sezione "Fuori dalle Nuvole!") mi provoca dalle colonne del suo blog a proposito di Bora.La, ovvero il progetto di cui tutti in queste ore parlano nei dintorni della MittelEuropa. EnricoMaria, cioè io, come fosse un dibattito tra blogger figoni o giornalisti sboroni, risponde.

Primo punto: "noi amiamo Trieste". Non necessariamente: voglio bene alla mia idea di Trieste e tutte le persone, i posti e i progetti che vi rientrano. Amo pochi, forse nessuno (l’ammissione cinico-realista di Morbìn.it).

Poi, secondo punto: "vogliamo che altre persone condividano il nostro percorso". Dici, inoltre, che cerchiamo "di poter allargare i momenti di attenzione in chi ci sta attorno nel quotidiano". Tento di definire le mie motivazioni e quello che voglio fare: con la nostra testata, voglio proporre un punto di vista permeabile a chi lo legge e modificabile da questi stessi, voglio dipingere una visione del mondo, concretamente voglio sapere chi c’è da entrambe le parti del confine linguistico che merita la mia attenzione o di cui mi piacerebbe meritare l’attenzione per lavorarci assieme, discuterci, andare a bere un 5 birre.
Il tentativo di coinvolgere altri è funzionale a questa idea. Chi non si ritrova in questi obbiettivi: ciao, si può tornare ad accomodare nel ’900, nella "Trieste italiana" (bleargh) e nella "Trieste anti-fascista" (bleargh).

Terzo punto: "vogliamo creare nuovi ambiti e nuove tecniche di diffusione dei nostri credo". A parte il titolo di questo punto, non ti seguo. Cioè mi ritrovo nel personaggio da te descritto ma non ne capisco le conclusioni… Ciò ma chi xè Fela Kuti? No so, giuro.

Quarto punto: che sintetizzo nel tuo "Cosa vorremmo fare?… Aprire uno spazio di dialogo per respirare quell’internazionalita’ che gli altri respirano e raggiungono e che noi non abbiamo?". A me non interessa fare un sito per respirare l’internazionalità perduta de Trst perchè ho modo di respirarla in altre svariate maniere (comprando riviste, leggendo siti non in italiano, qua a Belfast, là a Ljubljana, ecc. no xè per far el figo, no penso de esser l’unico che fa cussì, no?).
Mi interessa creare legami con gente che non sta a Trieste e la motivazione è che a Trieste di trentenni svegli ce ne sono pochi, che fare lobby solo con loro non mi interessa, perchè a Trieste da tempo non ci sono soldi e le idee iniziano a scarseggiare, anche. Se ci fosse una qualche politica che promuova media e servizi di comunicazione tra soggetti per promuovere progetti economici, sociali o culturali transfrontalieri… allora quella è la mia politica. Mi sono convinto che idee, intraprendenza e apertura non stanno in Italia. Spero stiano qua vicino a casa.

Quarto punto, bis: e Trieste che fine fa nel quadretto? Per me è chiaro… cosa succede a Trieste dev’essere importante dentro Bora.La. Per darti un’idea, tutto quello che sta dentro Morbìn associato a Trieste è roba che può stare benissimo dentro Bora.La (daghe un’occiada, a sti contenuti). Ma parlare solo di Trieste, dei triestini e ai triestini mi sembra sbagliato: 220mila persone, di età media avanzata, di visione del mondo poco condivisibile ("ah, ai miei tempi"), che hanno affidato le loro sorti a personaggi e politiche fallimentari. Trieste o è Trieste assieme a chi sta oltre confine, oppure non è.

Lonely Planet e l’ambiente senza autore

      Ieri ho partecipato a un gagliardo seminario il cui titolo provvisorio era "Colonizing the Globe: Travel Guidebooks and Ethical Communities in Transit" ma che in realtà dopo ha cambiato nome e si è basato quasi esclusivamente sul ruolo delle guide Lonely Planet come ambiguo promotore di vetrinosi valori etici, di una simpatica identità per chi le compra, di variegate conseguenze legate all’economia globale del turismo. Il seminario è stato tenuto da Debbie Lisle, brillante ricercatrice e docente alla Queen’s di Relazioni internazionali e studi culturali (Debbie Lisle: il suo profilo sul sito della Queen’s e cosa viene fuori da Google Scholar).

La domanda a cui Debbie ha tentato di dare una risposta è stata: "Come fanno le guida di viaggio a articolare un nuovo tipo di egemonia?". Secondo Debbie, l’identità editoriale di Lonely Planet vorrebbe confermare l’"umanitarismo comune" che unisce in un simpaticissimo afflato tutti i consumatori di Lonely Planet, convincendoli di essere non turisti ma dei veri "viaggiatori indipendenti", permettendo loro di conoscere, ma sul serio, gli abitanti del luogo che si va a visitare, di toccare ma sul serio l’autentica cultura locale e, insomma, non soffermandosi su quali sono gli effetti che gli schei dei turisti comportano nella società locale.

Ma chi è, veramente, l’azienda ‘Lonely Planet’? Secondo quello che ci riporta la mula Lisle, il suo proprietario Tony Wheeler è il "Rupert Murdoch del viaggio alternativo". Al momento, sembra che la baracca di Lonely Planet sia l’editrice delle guide di viaggio più vendute al mondo.

Secondo la Debbie, particolarmente interessante è il caso dell’edizione di Lonely Planet dedicata alla Birmania. Come qualcuno certamente si ricorda, la Birmania/Myanmar è da un po’ di tempo sotto un regime dittatoriale. Alcune strutture del turismo birmano, aggiungiamo pure, sono realizzate grazie al lavoro di schiavi locali.  La campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica occidentale portata avanti dall’opposizione democratica birmana ha fatto sì che molti opinionisti dei media e a un certo punto addirittura Tony Blair abbiano chiesto alla gente di non andare in Birmania perchè i soldi del turismo vanno ad aiutare la giunta al potere. Come riposta, alcuni editori di guide di viaggio, compreso il principale concorrente di Lonely Planet ovvero le Rough Guides, hanno deciso di annullare la pubblicazione di edizioni sulla Birmania.

Ma Lonely Planet… no. Imperterriti, hanno difeso l’idea che ogni consumatore di Lonely Planet è un viaggiatore indipendente. Il servizio dato dalla guida è proprio utile a renderlo più consapevole della situazione sociale verso cui va incontro. Per sicurezza, Wheeler ha dato un contributo di qualche milionata di euri a qualche struttura indipendente birmana. Ma la campagna di sensibilizzazione è continuata fino a che l’edizione 2005 di Lonely Planet ha inglobato in ben 9 pagine di introduzione tutto il dibattito sull’opportunità di andare o non andare in Birmania e sui possibili effetti sociali della presenza di turisti nel contesto. (Debbie osserva che sui forum di Lonely Planet tanta gente afferma di continuare ad andare là perchè "I don’t care… you know, it’s cheap!").

Debbie ha risposto solo in parte alla domandona "Qual è l’effetto di questi singoli testi sul mondo?". Dice che le Lonely Planet sono alfiere di un concetto emergente di umanitarismo come ideologia ("we are friends of the locals, have great time with them for two weeks and we come back to Australia"). Che le Lonely Planet sono una "repressione della conoscenza" a proposito della situazione reale dei posti visitati e degli effetti del turismo.

Mi sono permesso di osservare che il caso della Birmania è un po’ estremo perchè, a differenza di altri luoghi turistici che vivono regimi, l’opposizione democratica birmana è stata molto brava nel marketing, tipo con Bono e gli U2 che con uno splendido co-brand gli hanno fatto da eco tra noi consumatori buoni dell’ovest.

Ok, ci si chiedeva, ma allora qual è il modo buono per viaggiare? Trovando le informazioni su internet, su travel-blog, su forum e così via. La differenza rispetto a Lonely Planet dei resoconti pubblicati in rete è che in questi ultimi posso tracciare l’affidabilità e l’identità dell’autore a fronte dell’anonimato dei testi Lonely Planet e dell’irragiungibilità degli stessi autori.

Ok, però in ogni caso col mio viaggio devasterò l’ambiente. Soprattutto se prendo un aereo: ogni volo ha dei consumi di carburante mostruosi, per esempio inconfrontabili con quelli già dannosi degli spostamenti in macchina. Il problema infatti è che l’ambiente non è un autore di guide nè di blog nè può fare belle iniziative di co-marketing come i ragazzi dell’opposizione birmana.

Dopo siamo andati a bere una birra tutti assieme. Ciao.

Web-tv in Italia: dai, ancora, ancora!!!

Massimo, autore del blog dot-coma *:o), racconta della grandissima sindaco di Milano, Letizia Moratti, che sta (s)vendendo la rete di fibra ottica della città. La cablatura della città avrebbe potuto essere un fondamentale bene pubblico, utile a integrare e rafforzare economicamente e socialmente la comunità dei cittadini di Milano. Come a San Francisco…

E invece… dice la Moratti che "Abbiamo preferito investire sui contenuti, piuttosto che nella rete". Forse la Letizia si sente tanto Bruno Vespa, così giornalista…! E così la Letizia la fa un po’ de web-tv, canali tematici, blah blah. Nervosetti, parlano di questo auto-zappamento degli attributi dei milanesi Stefano Maffulli, Beppe Caravita e OneMoreBlog.

Il pestaggio alla Festa dei Ds a Milano

Leggo ora sul blog di Stefano Vitta il video girato alla Festa dell’Unità a Milano, alcuni giorni fa, dai sostenitori della rete di Beppe Grillo. I grilli sono andati in giro con un megafono e con dei volantini a criticare l’indulto del Governo di sinistra. Sono stati molto provocatori e sinceramente antipatici, ma totalmente non-violenti. In risposta sono arrivati "tappati la bocca" e giù botte. Allucinante. L’articolo del blog di Grillo in merito è qua.

Giovy, un blogger, si chiede: "Ma è davvero questa la gente che viene da un blog?", credo riferendosi allo stile provocatorio e non condiviso dei grilli?
A me sembra apprezzabile che i blog facciano emergere della gente qualsiasi che vuole rappresentare le sue idee. Mi sembra positivo che strumenti come Meetup permettano alla gente di organizzarsi in base ai suoi interessi. Sono più apprezzabili iniziative e momenti di questo tipo, che tanti articoli inutili scritti da tutti quei blogger tipo me che hanno la loro piccola-media audience ma che parlano, solamente, a un giro di freak intellettuali o nerdomantici e non affrontano la necessità – piuttosto impellente in Italia, 2006 – di organizzarsi politicamente per tirare via un po’ di spazio ai Mastella vari.