morbìn!

Untitl.Ed: occasioni da non sprecare

giu 12th 2006
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Sabato pomeriggio sono stato all’evento di Untitl.Ed e StudioRoom. Ho conosciuto Fabio di StudioRoom, con cui mi devo trovare nei prossimi giorni, alcuni scrittori e/o blogger tra cui Maria-LLu spagnola che ha scelto di bloggare in italiano ed è stata pubblicata da Untitl.Ed, un po’ di gente che lavora nel marketing di alcune grosse aziende e, finalmente dal vivo e per bene, le donne che sono dietro il progetto di Untitl.Ed.

Erica, che insegna a Genova nella vita "normale" ma, quasi come una super-eroe in realtà è blogger e una delle socie di Untitl.Ed, ha detto: "Noi cerchiamo una lingua che non sia un risultato della colonizzazione di internet da parte dei media tradizionali. Quella là non è la lingua che usiamo nelle nostre vite. Ci interessa, invece, tirar fuori la voce della gente. La nostra impresa ha una motivazione etica, la consideriamo un contro-potere". (hanno bloggato sull’evento di sabato: la stessa Erica e Orietta editrici di Untitl.Ed, Radicidellozio e Mics scrittori di Untitl.Ed scocciati perchè si è parlato poco di libri).

Quella di Erica è una frase piena di uno spirito democratico della rete che si respira da tante parti labilmente connesse o sconnesse, ed è un pensiero non sempre generato da grandi pensatoroni, saggi o super-blog italiani o americani. Rappresenta invece lo zeitgeist di chi, parafrasando Anna di Untitl.Ed, con la rete si è confrontato davvero, da un po’ di tempo ed ha a cuore i cittadini che si esprimono piuttosto che considerazioni economiche.
Proprio perchè Untitl.Ed mi trova vicina sentimentalmente, mi permetto però alcune osservazioni sul loro taglio strategico:

IDENTITA’ DEGLI AUTORI Untitl.Ed, sulla copertina dei libri che stampa, non pubblica i nomicognomi degli scrittori che sono presenti solo all’interno. Orietta mi raccontava che così vorrebbero tutelare – mi corregga se sbaglio – soprattutto l’idea di Untitl.Ed come casa animata da un collettivo di autori per non lasciare spazio a personalismi dei singoli. Mi chiedo, però: questa impostazione non è contraria proprio allo spirito dei blog che vedono il protagonismo di singoli, raggiungibili e identificabili, che interagiscono con altri utenti spesso altrettanto raggiungibili ed identificabili? E così, ancora, non vi comportate con lo stesso gioco dei grandi marchi di multinazionali che nascondono le persone che li animano dietro un brand?

MARKETING DIGITALE Penso che Untitl.Ed potrebbe fare delle grandi cose, sfruttando meglio di quanto non faccia oggi la rete. Cosa farei io, in breve:
1) creerei una comunità virtuale più strutturata sul sito della casa editrice, dotandolo di vari strumenti interattivi come i forum, i commenti legati a ogni prodotto della casa, la possibilità di interagire più immediatamente con gli autori e gli editori. I blog attorno ad Untitl.Ed da soli secondo me non bastano;
2) lavorerei sul cosiddetto "marketing del passaparola" o "marketing virale", inventandomi cartoline interattive e catene di messaggi basati sui contenuti di Untitl.Ed, "vitz" da far spedire ai navigatori e con i quali farli liberamente giocare e dialogare;
3) l’iniziativa legata al punto precedente, come fanno i WuMing e molti altri nel campo della creatività on-line, è pubblicare gratuitamente on-line i testi integrali dei libri per farli assaggiare ai lettori, per farli girare, per far credere che si crede nella creatività libera.
4) sfrutterei meccanismi pubblicitari come AdWords per pubblicizzare a basso costo i miei prodotti.


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21 Responses

  1. Fainberg scrive:

    Molto interessante quello che scrivi.
    Una premessa veloce, riguardo al discorso del nome. Non è preciso dire che il nome dell’autore non appare in copertina (però c’è sul frontespizio, attenzione) perché lo si vuole inglobare nell’identità della casa editrice, come fossero due corpi e un’anima. L’autore ha una sua personalissima identità (deve averla, tutti i nostri autori sono scelti proprio in virtù del fatto che possiedono una scrittura e uno stile originale e riconoscibile) e tale deve restare. Proprio perché l’autore deve avere un’identità di scrittura forte, noi riteniamo che possa essere la sua scrittura ciò che parla di lui e per lui, ciò che lo presenta al mondo. Io, per dire (senza voler fare accostamenti audaci), riconoscerei un Saramago o un Sebald o lo stesso Giuseppe O.Longo tra mille senza leggere il loro nome in copertina. E allora forse non è un caso se uno scrittore come O.Longo è d’accordo con la nostra scelta, mi dico.
    Poi, è chiaro che questa tra tutte è quella che ha fatto alzare più di il sopracciglio, soprattutto agli addetti ai lavori, ce l’aspettavamo. Ma non tutti sono in disaccordo, e so per certo che c’è molta gente che osserva questa nostra operazione da lontano ma con molta attenzione, per capire se è un’operazione ripetibile. Noi si fa da tester, insomma, e non è la prima volta…

    Riguardo al resto del tuo post e ai tuoi consigli, innanzitutto grazie. Poi, se ce ne sarà l’occasione, mi farebbe piacere parlarne con calma vis-a-vis.
    Per intanto solo un appunto: sul sito di Untitl.Ed c’è una sezione apposta dove gli autori possono parlare direttamente con i propri lettori o semplici curiosi; c’è da sempre, il forum attorno ai singoli testi e ai singoli autori c’era già per la prima terna e si ripete per questa.

  2. enrico scrive:

    ok, chiedo venia per le imprecisioni…
    :)
    sull’identità dell’autore:
    certo, anche io quel paio di miei scrittori preferiti (o giornalisti preferiti, o registi preferiti) li riconoscerei dal battere delle loro ciglia. certo, è la loro arte a parlare per loro. ma non ne trovo la conseguenza logica: perchè, per questi motivi, non possono avere il loro nome cioè la loro faccia ben visibile al mondo?

    scusa, poi, mi drogo: ma non trovo la sezione di contatto con gli autori… mi mandi il link o me lo scrivi qua sotto?

    miao

  3. erica scrive:

    No, è che c’era, Enrico. E’ stata tolta da poco, per rifarla più grande e più bella che pria.
    I tuoi suggerimenti di marketing digitale sono praticamente in linea con quello che abbiamo fatto/intenzione di fare. E ci sarà utile riparlarne. Per il nome, il discorso è un po’ troppo lungo per lo spazio/tempo che mi è concesso nel posto da cui digito.
    Anche per quello, a dopo.
    Ciaù e grazie.
    erica/caracaterina/dello Zeitgeist :)

  4. anna scrive:

    …però, a proposito dei forum degli autori, devo precisare che è da un po’ che li abbiamo passati in secondo piano (non ci sono più in barra di navigazione, anche se esistono ancora link attivi nei blog dei primi autori) perché abbiamo notato che hanno funzionato solo all’inizio, sull’onda della novità e degli echi della prima uscita, mentre poi si sono arenati spontaneamente. La ragione sta probabilmente (ma non sono sicura) nel fatto che in rete i ragionamenti intorno a un libro prendono spesso il taglio (ultimativo?) di vere e proprie recensioni, oppure sono semplici saluti e auguri, come se il discorso intorno a un libro fosse percepito ancora come poco adatto alla mobilità, alla diversa velocità, e anche all’umoralità dei discorsi in rete. Ci lavoreremo su (non intendiamo rinunciarci) ma insomma: così com’erano, i forum libro-per-libro non hanno funzionato granché. Ciò non toglie che la piccola comunità di autori e di editori costruisca nel tempo legami, e produca reazioni inaspettate e interessanti in forma pulviscolare, esprimendosi con interventi e opinioni all’interno dei propri blog personali, con un sistema piuttosto stretto, spontaneo e direi “affettivo” di rimandi e adesioni. Di questo “pulviscolo” di impressioni e piccoli racconti relativi a quest’esperienza comune, danno poi conto i continui rimandi nostri all’interno di Appunti della Redazione, che secondo me costituisce un modo nuovo, spero interessante, di radunare spunti e stimoli diversi, quando non addirittura contrapposti, sia per contenuti che per tono.
    Mi scuso per la lunghezza e la confusione, e in ogni caso ti ringrazio per i consigli e i rilievi. Ciao.

    untitled io
    (sappi che mi firmo “anna” per l’ultima volta: in rete non ci sono abituata :) )

  5. anna scrive:

    ops, non avevo visto la precisazione di fainberg. Come vedi ci precisiamo un sacco :) )

  6. anna scrive:

    …cioè volevo dire: di erica (dopo mille chilometri, sono ancora in palla)

  7. enrico scrive:

    untitled io: ok, capisco la questione forum legati all’autore e a naso mi sembra sensato che dopo un po’ un navigatore abbia poco da dire o da leggere… però dei forum legati alla casa editrice e alla letteratura in genere forse sarebbero molto utili… vi potrebbero servire per legare più persone possibili a voi, per coinvolgerne di nuove, per poter sapere un po’ di più chi sono e per avere le loro e-mail, per esempio…

  8. Cips scrive:

    Mi spiace, avevo inviato loro una mail per avere informazioni e darne notizia, ma non mi hanno risposto.

  9. enrico scrive:

    sottotitolo per chi non sa: cips lavora a un’agenzia di stampa come corrispondente locale a trieste…

  10. Fainberg scrive:

    Cips, mannaggia! Ti avrei chiamato io pomeriggio, mi sono registrata il numero. E’ successo che la tua email è arrivata il 9 ma noi tra il 9 e il 10 non abbiamo avuto tempo di guardare il sito aziendale e così abbiamo letto la tua email solo ieri sera. E ci siamo morse le mani.
    Se fosse possibile avrei piacere comunque di contattarti. Nel tardo pomeriggio?
    (Scusa Enrico per l’uso e l’abuso del tuo spazio commenti…)

  11. mics scrive:

    A me le cose che hai detto e come le hai dette l’altra sera, Morbìn, mi sono garbate, è una delle cose che ho preferito.

    Sul senso di superiorità del letterato: boh, è una vecchia manfrina che sento spesso, e non nego che certe volte non sia motivata. C’è da metterci però anche il senso più o meno mascherato di inadeguatezza di una cultura presa su con le leggi del profitto e le istruzionni dei manuali aziendali.

    L’altra sera, per venire al particolare e lasciare stare le generalizzazioni falsanti, la differenza era che mentre il letterato-intellettuale sapeva calarsi nel discorso dell’imprenditore, quest’ultimo ha avuto la tendenza ad ascoltare solo se stesso. Mentre il letterato ha risposto alle domande dell’imprenditore, l’imprenditore non ha risposto a quelle del letterato.

    Credo che ci sia molto bisogno di persone che sanno mettere insieme la tecnica (della rete, delle dinamiche imprenditoriali) con la capacità di acquisizioni di senso (cultura).

  12. enrico scrive:

    grazie mics per l’apprezzamento. posso esser d’accordo con te che il markettaro comprende poco l’artista, ma resto convinto anche dell’artista che comprende poco – e ugualmente si disinteressa – del markettaro…

    il senso di superiorità, poi, mi sembra sia marcato da entrambe le parti. da una parte c’è gente che fa surf sulle onde di cifrone (soldi, profitti, prodotti, dati di mercato) dall’altra gente che veleggia sulle onde della letteratura.

    bazzico entrambi i mondi qua sopra descritti. mi sembra molto più grave la mancanza di voglia di interpretare – e così dare risposte serie, ma serie veramente – da parte degli “intellettuali” a quella che è la parte della società che produce “ricchezza”, lavoro assieme a varie devastazioni culturali e ambientali che conosciamo bene.

  13. Fainberg scrive:

    Io però sarei un esempio, volendo, del fatto che coniugare marketing e cultura (cultura con una C piccina e timida timida, datemelo per inteso) è possibile, visto che di mestiere faccio la markettara ma come Untitl.Ed pubblico libri. Non credo ci sia una così grande dicotomia tra i due mondi, anzi, mi piace pensare si possano sposare. Il segreto (ed è quello che voglio imparare, questa la mia vera sfida) è saper mescolare gli ingredienti con il giusto dosaggio. Per me il marketing nel campo dell’editoria è come il pepe nel bloodymary: l’ingrediente principale è il pomodoro, ma se non ci aggiungi del pepe il bloodymary non riesce.
    Sono però d’accordissimo con Mics sul fatto che la serata di sabato abbia dimostrato una maggiore versatilità del cosiddetto intellettuale rispetto alla rigidità del markettaro. Se davvero le aziende sono interessate a usare il blog in maniera intelligente, allora sarebbe buona cosa imparassero che la comunicazione va in due direzioni e non a senso unico, sennò è monologo.

  14. enrico scrive:

    facciamo un pareggio, non si può?
    :)

  15. anna scrive:

    Io son sempre stata un amante dei pareggi, ma devo dire che da quando è cominciata quest’avventura mi piace a volte giocare anche un po’ d’attacco. Se il problema è rendere più flessibili le logiche entro le quali ci muoviamo, per esempio, questo è un problema sia degli uni che degli altri (penso ai due, ehm, “schieramenti”, anche se mi fa ridere pensarlo).
    Una volta si parlava con Granieri dell’operazione Untitl.Ed. Lui ci rimproverava (bonariamente) di essere piuttosto restie a usare in modo canonico il linguaggio “specifico” della rete per veicolare il nostro progetto e i nostri prodotti. Ma mentre lo diceva mi chiedevo: davvero la rete ha un linguaggio così “specifico”, al di fuori del quale non si riesce ad essere compresi? a incuriosire? ad attrarre? Davvero esiste un codice così rigido da rispettare? e i blogger nel loro complesso come vogliano chiamarli? alla totò, “la folla anonima”, che subisce linguaggi senza essere in grado di elaborarne di propri, nuovi? insomma, la rete non potrebbe essere invece uno spazio in grado di accogliere linguaggi di diversa, e anche contrapposta e inconciliabile, natura? Granieri se ne andò dicendoci: mi darete ragione – noi dicendogli: adesso vediamo :) )
    Come ho avuto modo di dire sabato: chi (semplicemente?) scrive, o vive la rete soprattutto come campo di scrittura, si trova a condividere lo stesso spazio con persone, aziende, centri di informazione, che hanno intenti totalmente diversi e che usano lingue diverse: ebbene lasciamoci campo a vicenda, facciamo in modo che una lingua possa contaminare leggermente l’altra senza fagocitarla né doversi omologare a essa (e con questo voglio dire che sono d’accordo, il bloody mary è buono col pepe, qb. Vogliamo avventurarci a dire viceversa? Il pepe è buono col pomodoro. Ma magari in quel caso non è un cocktail, è un’altra cosa…).
    Per parlar chiaro: se un’azienda vuole far uso dello strumento blog, prima di tutto potrebbe diventare un gruppo di persone, con voci ben riconoscibili, incommensurabilmente più “indifese” rispetto alla “voce aziendale”. Con tutto ciò che di destabilizzante questo potrebbe comportare. Oppure, al contrario: potrebbe avere il coraggio di “fare l’azienda”, senza travertirsi da altro. Sono gli ibridi che m’inquietano, far finta di essere ciò che non si è, all’inseguimento di un codice che veramente, forse, non esiste.

    Detto questo, un pizzico di pepe: i nuovi libri sono già in vendita online sul nostro sito ;)

  16. enrico scrive:

    una chiarificazione: quale dovrebbe essere il linguaggio-standard di granieri, che va bene per la rete? questo sarebbe importante capirlo.

    io la rete (italiana) me la guardo spesso in tanti posti diversi (i forum più disparati, i blog di teen-ager, i blog di letterati, ecc.) e non ne ho trovato uno di linguaggio standard.

    però vedo, di standard, tanti pregiudizi incrociati e imprevedibili come quelli di quei giovani che, ritornati alla scrittura dopo generazioni grazie ai blog o a strumenti analoghi, si sentono in colpa perchè giudicati dagli “adulti” troppo esibizionisti o perchè usano un linguaggio non-standard.

    per non parlare dei pregiudizi di cui sopra markettari vs artisti.

    invece io preferisco la rete dove ognuno parla come gli pare, frega francesco petrarca e le sue pallosissime regolette, mette l’interfaccia del sito in triestino ( http://www.morbin.it :) ), fa emergere slang, dialetti e modi di parlare e scrivere anomali.

    e non riconosce le “blog-star” di una unica blogosfera ma di blogosfere ovvero comunità di interconnessi ne ha tante e plurali.

    granieri non mi entusiasma… soprattutto se scrive cose poco originali di questo tipo…

    quindi, sì, sono con voi.
    :)

  17. anna scrive:

    Per onestà devo chiarire: il discorso con Granieri verteva soprattutto su un nostro presunto OBBLIGO (in quanto blogger ed editrici della rete) di rendere i nostri libri immediatamente, gratuitamente e totalmente scaricabili dal nostro sito. Ho parlato (forse parecchio impropriamente) di linguaggio e di standard, solo perché G.G. si è riferito più volte, sostenendo questo suo ragionamento, a codici norme e prassi ineludibili, proprie della rete.

  18. anna scrive:

    …però anche tu dicevi che dovremmo rendere i nostri libri gratuitamente scaricabili :)
    (va bene il tuo era un consiglio, maaaa…)

  19. fabio scrive:

    ciao,
    volevo aggiungere due cose sul confronto markettari vs intellettualoidi. per esperienza diretta, ho lavorato per un po’ all’interno di una azienda come illycaffè dove il marchio rappresenta un elemeto economico determinante. e negli ultimi anni dialogo spesso con imprese dai nomi più o meno noti. durante l’incontro di sabato si è discusso di verità da comunicare, senza sottolineare il fatto che una azienda ha molte e diverse verità, una per ogni persona che ci lavora. poi esiste un gruppo dirigenziale e un amministratore delegato che a tavolino decidono le strategie di comunicazione e dunque la verità “ufficiale”. sono dinamiche pesanti e molto lente, in netto contrasto con i tempi della rete. ed infine c’è la componente paura, centinaia di manager vivono con l’ansia si essere ripresi per aver detto, durante riunioni o incontri più o meno ufficiali, delle verità scomode e così imparano la filastrocca ufficiale. se non si ricordano neanche quella si giocano la vision e la mission aziendale…solitamente a prova di mona.
    credo che questo spieghi molte cose. non so se il blog sia uno strumento al servizio delle aziende, poche sono le realtà imprenditoriali così dinamiche e correggiose da rischiare il proprio marchio cavalcando quello che loro credono essere una moda. io apprezzo le persone aziendali che si dimostrano interessate e trovo logico che siano loro a dover ascoltare, perchè parlando mettono a rischio il loro posto…e non sto scherzando.
    tutto qua

  20. maria scrive:

    morbìn me lo spiegò erica cosa era, mentre parlavamo lì fuori, ancora non trovai la parola in spagnolo per dirlo
    :)

  21. enrico scrive:

    anna e granieri: scusatemi :)

    fabio: concordo. anche se, le volte che mi sono confrontato con gente del marketing di grande aziende in questi anni, mi sembra che le loro strategie siano spesso più dettate dall’ignoranza di quel mondo nuovo e inafferrabile che è la rete, che dalla paura delle sue conseguenze. o meglio: la paura gli deriva dall’ignoranza e non dai pericoli insiti nella comunicazione on-line, che effettivamente ci sono. riprendendo ancora una volta anna: “con la rete bisogna confrontarsi”… se no, non la capisci. e purtroppo la classe dirigente che ci ritroviamo in vari settori con le novità non si confronta perchè è convinta di esservi superiore, spesso e volentieri.

    maria: quando scopri la parola giusta per la traduzione, mi raccomando mandala… :)

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