Cecotti a proposito de “Il Caimano”

Beh muli, mi go amici che voi no gavè. Di seguito una lussuosa recensione de "Il Caimano" di Nanni Moretti scritta da Giacomo Cecotti (altre recensioni in giro sul web: Luca Sofri, Giuliano Ferrara, Enrico Toro, Paolo Guarino).

grande gnocca 

Premetto di non essere mai stato un grosso appassionato dei film di Moretti; i suoi lavori mi sono sempre piaciuti, ma solo piaciuti, una parola che è limitante e semplicistica davanti alla visione di un film. Per non parlare del Moretti cinefilo con cui penso di avere in comune veramente poco. Anzi mi sono veramente irritato con lui a sentirlo sparare giudizi in alcune sue esternazioni (vedi Caro diario) su film a cui io tenevo.

Quindi lunedì sono andato a vedere il Caimano felice di andare al Cinema, come sempre. Non avevo troppe aspettative, la cosa migliore per qualunque film. Ho apprezzato, infatti, il riserbo, non mistero, che è stato mantenuto intorno al film, che non è assolutamente una strategia promozional-elettorale, ma che secondo me fa parte del mezzo cinema, come ragion d’essere. Il mistero, lo stupore e la meraviglia è quello che dai Lumiere in poi fa valere ancora certo cinema. E da qui che parte il film di Moretti: l’amore per il cinema. Questo lavoro ne è intriso.

Dopo gli anni di impegno personale nella piazze coi girotondi Moretti torna dietro la macchina da presa e con ciò che per lui è realmente una ragione di vita parla a noi tutti, parla a cuore aperto dell’Italia di oggi.

In questo senso ama il cinema, perché gli dà una funzione, un potere fondamentale; dimostra di credere nel mezzo cinema come portatore di una visione diversa della realtà. Una visione altrimenti impossibile nella palude italiana dei media di oggi. La tv è il mezzo principe con cui oggi ci condizionano, e allora scendo in piazza, sacrosanto, ma cosa resta della mia azione…il tg4 che ne parla in un modo, il tg2 in un altro e poi sarò oggetto di propaganda nei cosiddetti dibattiti, per qualcuno sarò un violento, per un altro un servo, per un terzo un uomo coraggioso. Fra tutte queste fiacche visioni rimane solo il cinema, capace di offrire spunti diversi ad ogni visione, ossessioni e ragioni d’essere. In questo senso Moretti si dà completamente.

A tutto aggiunge delle ciliegine puramente cinematografiche di cui non si può che essere contenti: dal morettismo primigenio di Orlando che dice “Dino Risi non mi invita più”, ai vezzi da artista di Placido che cita continuamente il grande Gianmaria Volontè, in un omaggio veramente necessario, fino al musical suo grande amore.

Ma non è finita qui perché Moretti lega politico e personale nelle sue vicende personali, così come in quelle dei personaggi del film. Così ci parla di famiglia, di genitorialità e di amicizia con una grazia importante. Non vuole essere accattivante e alla fine non ci dà un film perfetto, ma un’opera su cui riflettere.

Nel corso della visione ho provato diversi stati d’animo. Mi sono divertito, innervosito, rabbuiato e commosso, ma soprattutto non mi sono rassicurato con quel finale che spero di poter definire fantascientifico. È qui sta tutta la differenza fra il Cinema ed il cinema-tv: se vuoi essere rassicurato non devi che sintonizzarti su una qualunque prima serata televisiva. Ancora politica che ritorna sempre.

C’era bisogno di un’opera così in Italia, dove la sincerità, la semplicità e il coraggio non sono di casa, un film che non le manda a dire, ma che è semplicemente diretta espressione. L’urgenza espressiva come necessità, ho qualcosa da dire e lo dico.
Anche se in Italia (amata da Moretti) la norma è dire qualcosa quando non si ha nulla da dire; il vuoto emotivo. E così il film sarà più apprezzato all’estero, senza polemiche e dibattiti. Del resto gli italiani si meritano…

Il più grande regalo: un’opera imperfetta, fatta col cuore e con la testa. Un’opera personale e politica.

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