9 miliardi di umani: agricoltura convenzionale, biologica, ecologisti assieme?

“Come diamo da mangiare al mondo senza distruggerlo?”, è la domanda che si pone il seguente autore, nello scenario di un mondo che nel 2040 avrà dovrebbe avere 9 miliardi di persone? L’autore, Jonathan Foley dell’Institute of Environment all’Università del Minnesota, sostiene che dobbiamo portare a uno stesso “tavolo internazionale di conversazione”, i sostenitori dell’agricoltura industriale, della protezione dell’ambiente e dell’agricoltura biologica per farli lavorare assieme. (come ghe fussi un governo internazionale che funzioni… o che dessimo per scontà la crescita infinita… mah). “Failure is not an option”, dice l’autore e per questo, forse solo per questo, condivido.
(grazie a Martino Stenta per la segnalazione)

Radici, terra e cibo: il senso sociale della rivoluzione della lattuga

«I contadini urbani sono l’avanguardia di un nuovo rapporto delle persone con il cibo e in ultima analisi con la terra» (Roiatti: 185). Una ottima giornalista del Piccolo mi ha chiesto in questi giorni quale sia il motivo del successo dei nostri corsi a Čibo.Sì e la citazione precedente, tratta da ‘La Rivoluzione della Lattuga’ di Franca Roiatti, mi pareva uno spunto interessante. Mi pareva perchè invece, mi pare ora, che abbia ragione Devis Bonanni: alla fine «No, non siamo ancora altro rispetto alla Terra» (Bonanni sul suo blog, 11 aprile 2012).

In giro per il mondo, secondo Roiatti, sono una molteplicità in evoluzione e fermento i casi di cittadini che riconvertono ad “orto” pezzi o totalità delle loro case, dei loro quartieri, delle loro vite. Si va dagli orti urbani, agli orti su tetti e idroponici, a innovazioni sulla compravendita del cibo locale, ricordando gli orti cubani dettati dall’embargo e la necessità e quelli di metropoli americane devastate che tentano di rinascere tramite le foglie di salata. Tutto il libro di Roiatti è dedicato alla rassegna di questi casi. I casi sono eterogenei e scrive Roiatti: «Il messaggio è unico: il cibo non è una merce, perchè racchiude relazioni, cultura, bisogni e saperi antichi» (Roiatti: 194).

Il libro di Roiatti è una grande risorsa informativa su una miriade di casi sparsi sul pianeta ed è questa la sua forza generale. Come ho avuto modo di dire ad un incontro pubblico con l’autrice a Trieste, l’autrice è ancora più forte quando trova enfasi a raccontare, a loro volta, l’anima cioè i colori profondi delle storie umane di questo movimento della lattuga.

Senza l’analisi delle emozioni, in altre parole, per me questo movimento si spiega troppo poco. Vediamo i corsi di Čibo.Sì e possiamo ammettere che nel loro successo c’è anche un aspetto strettamente economico: con la crisi economica in corso, la capacità di gestire la terra può anche corrispondere a una soglia di sopravvivenza minima e noi forniamo questa soglia ai nostri corsisti. Le erbe officinali in particolare non hanno esattamente a che far col cibo ma a metodi naturali e tradizionali per curare i nostri malesseri.

Ma io credo che i corsi sull’orticoltura e sull’apicoltura riscuotano interesse perché rispondono a un altro bisogno sociale a cui difficilmente, nel nostro territorio, altri danno risposta. Questi corsi danno la possibilità alle persone di ricollegarsi alla terra e alla sua generosità. Rispondo a un bisogno sociale che è difficilmente spiegabile ‘razionalmente’. Forniscono non solo una trasformazione delle proprie competenze tecniche nel coltivare o curare le api, ma anche una trasformazione delle capacità emotive dei partecipanti nel loro rapporto con lo spazio.

Questo vuol dire fornire un’attenzione alla terra (l’attenzione è uno specifico atto emotivo del corpo, per alcuni antropologi), vuol dire insegnare la sua cura e generare un legame sentimentale con essa, con specifici metri di terreno, con le piante che vi crescono, con gli insetti e gli animali che vi abitano.

Vuol dire comprendere i tempi della terra ovvero delle sviluppo delle verdure che piantiamo e facciamo crescere. Spesso, i tempi dei cicli agricoli possiedono una “lentezza” diversa rispetto all’immediata disponibilità di molti servizi a cui possiamo accedere nelle città occidentali: l’acquisto di beni di ogni tipo a tutte le ore e tutti i giorni dell’anno; l’aumento o la diminuzione istantanea di denaro dai nostri conti o dai nostri portafogli verso quelli di altri; l’accesso onnipresente a informazioni e possibilità comunicative. In questo senso, la terra come i nostri corpi danno tempi di risposta particolari agli stimoli forniti loro. Queste risposte possono diventare senso solo nell’esperienza agricola della durata di mesi – ma qualche contadino direbbe di anni.

«Ho visto crescere dal nulla i miei piselli e l’aneto che avevo seminato», mi ha detto un’erborista, titolare di un negozio in centro città, corsista nel 2011 di Čibo.Sì. «E’ stata un’emozione unica. Ho proprio bisogno di venire qui all’aria aperta e stare bene qua sul campo».

C’è una metafora che è comune ad alcune culture umane che è quella delle radici, come simbolo di quello che siamo e da dove veniamo: fuori da quanto scrive Malkki sulle radici, osiamo intuire come le radici di piante per noi nutrienti siano stati uno dei luoghi di connessione tra l’arcaico stato di natura e lo stato di cultura, socialità. Ma nel 2012 da noi, se dovessi vedere a cosa combacia il tris di parole “radici”, “cibo” e “territorio” riscontrerei non l’esperienza umana iscritta nel nostro ben selezionato dna (e così nel nostro corpo e nelle nostre emozioni), ma il radicamento militare dei supermercati e dei loro scaffali dove, come nelle parole di Bonanni, il cibo ti si offre come una puttana.

Sì: la formula fatta di radici, cibo e territorio è andata evidentemente a zoccole. Ma non siamo ancora altro rispetto alla terra. E’ questo il senso del successo dei corsi di Čibo.Sì, mi pare.

Monti dice “Ah” e la borsa va giù…

Basta una dichiarazione di Monti (vedi il ritaglio qua sotto e il link) e la borsa va giù.
E’ esattamente lui il garante della sopravvivenza di questo sistema economico – se basta un suo sospiro e, per regia occulta o per angosciante paranoia degli operatori, tutti dipendono dal suo umore del momento.
Un altro sistema economico sarà un salto nel vuoto… ma abbiamo davvero bisogno di questo circo quotidiano di consumi, debiti e crediti, sospiri dei potenti?

 

Le api come anello tra cultura e natura

Aggiornamenti dal corso di apicoltura di Čibo.Sì 2012
Perchè la gente è affascinata dalle api, ho chiesto al nostro esperto Franc Šivic oggi a pranzo.
Il revival apistico, mi ha risposto lui, è iniziato con le notizie di questi ultimi anni sulla presunta, possibile estinzione delle stesse.
Alcuni inoltre vedono nelle api – come nella campagna in genere – una possibile soluzione alle loro difficoltà economiche. E tanto male che vada, tanti neoapicoltori pensano, con questo tipo di attività almeno avremo da mangiare.
Prima di tutto per me, invece, c’è l’irrazionale fascino delle api come legame tra un’attività di cura umana della natura, per tutto razionale e pianificata, con il mistero della vita non-umana. Le api sono uno splendido affascinante anello di congiunzione tra cultura e natura, insomma.

Cacciatore del miele. Graffito dell’ epoca paleolitica. Cueva de araña, Spagna:

2012, anno metafisico par-excellence, sappilo e date un kuk: le 10 robe più fighe del 2011

1) il perCorso di agricoltura ecologica a Pliskovica, nell’orto comunitario del Carso, a cura di Čibo.Sì
2) la campagna elettorale a Sindaco di Robi Cosolini, ovviamente quella online!
3) il cibo futuro, nell’adozione dell’ulivo di Rado Kocjančič cura di Čibo.Sì
4) L’Olimpija Ljubljana alle top16
5) ‘Miti Caffè’ (l’album) di Lorenzo Fragiacomo

Ovviamente fuori classifica sono:
- Tadej che mi dice al telefono, ogni volta che lo sento in pratica, «forza pa-pààààà, forza pa-pàààààà».
- Jan che ride a crepapelle.
- Leggere ‘Lo Hobbit’ con Jan e Tadej a Cherso, a Camporosso, a Trieste, a Pliskovica
- Il mio splendido controllo delle crisi di nervi, mie e altrui (© Jan Milič).
- Chi me ciol pe’l cul perchè “son copà” (per conosseur).

Il racconto della campagna web di Cosolini a Sindaco di Trieste

Ho pubblicato su Bora.La l’analisi mia e di Marchetto sul lavoro che abbiamo fatto come responsabili della campagna di comunicazione partecipata che ha portato all’elezione di Roberto Cosolini a Sindaco di Trieste. Copio e incollo il testo di seguito…

«DAGHE!»: I DATI E LA STORIA DELLA CAMPAGNA ONLINE DI COSOLINI A SINDACO

«Dobbiamo ascoltare la gente, realmente fare campagna sui loro problemi, dandogli visibilità», ci disse Cosolini alla fine dell’estate 2010 ai tavolini del caffè del Verdi. «Senza censure?», abbiamo chiesto subito. «Certo, altrimenti non ha senso».
Con questo spirito è partito nove mesi fa il percorso di comunicazione partecipata organizzata sul territorio attraverso la Rete.

Il percorso ha visto prima Cosolini protagonista come segretario del Pd di Trieste, poi come Candidato Sindaco e, nel festoso pomeriggio di lunedì 29 maggio, Cosolini come Sindaco di Trieste 2011.

Dall’osservatorio interno alla campagna delle due ‘agenzie web’ che hanno curato le comunità online progettate con Roberto Cosolini, possiamo dire che una preoccupazione fissa del candidato Sindaco in questi mesi è stata proprio quella di tenere alta la bandiera di quello spirito di fine estate 2010.

Possiamo rivedere ora gli snodi più importanti della campagna internet:

1) crowd-sourcing dei contenuti. Abbiamo cioè trasformato un‘audience in autrice dei messaggi della campagna.

2) micro socialità attiva. Abbiamo proposto agli utenti della rete di farsi portavoce con amici, colleghi e familiari di quanto proponeva lo staff della campagna, tramite web, Facebook, email.

3) territorialità. Abbiamo puntato a radicarci sul territorio non solo per il cruciale ‘giro dei rioni’ che ha caratterizzato la parte offline del candidato Sindaco, ma anche per l’utilizzo delle tecnologie di geo-targetizzazione che il web consente: ogni messaggio fatto girare e ogni informazione raccolta, era mirata a entrare in contatto con un pubblico preciso. Non un messaggio generalista, ma un messaggio preciso che parlasse dei problemi del quartiere destinatario della comunicazione. Parliamo di uno sguardo da rione a rione se non, talvolta, addirittura da piazza a piazza.

4) trasparenza. Il contatto quotidiano e schietto coi triestini non è solo stato nel segno del territorio ma anche nella condivisione e del dibattito. Resterà famoso il 730 di Cosolini pubblicato su Facebook mentre i politici della maggioranza di destra della città si rifiutavano a gennaio di rendere noti i propri guadagni. Ancora di più siamo certi ha colpito l’idea di un Candidato e del suo staff pronti a rispondere quotidianamente a tutti quanti, in pubblico e in privato.

In sintesi, quali pensiamo siano stati gli effetti più importanti di nove mesi di lavoro? Abbiamo in ‘cassaforte’ i dati di milioni di banner visti, di centinaia di contatti quotidiani con la cittadinanza, di una comunità che si è legata a Roberto che è trasversale per età, sesso e censo.

Crediamo però che oltre l’aspetto quantitativo, il risultato più importante sia stato quello di creare una storia di fiducia per il profilo pubblico di Roberto Cosolini. E’ stata una storia suggerita da una parte dei triestini, proposta da Cosolini e dal suo staff in bozze, riscritta e confermata dalla città: quella di Cosolini come personaggio impegnato, anche tramite l’innovazione consentita dal web, a riorganizzare la macchina comunale nell’interesse della cittadinanza e a individuare priorità per Trieste degne dei nostri tempi.

Per approfondire, scarica il powerpoint:

Per approfondire, scarica il powerpoint:
«DAGHE!» – Cosolini Sindaco di Trieste 2011 – Storia della campagna online (ppt, 5 MB)

Oppure puoi vedere il powerpoint ‘modificato’ qua sotto:

«Daghe!» – Campagna online Cosolini 2011

Tutto questo a cura dei due responsabili della campagna online di Cosolini:
Enrico Maria Milič, amministratore di Nativi
Enrico Marchetto, socio di Noiza

1.1.11: ecco Nativi, una parte della mia nuova vita

Primo gennaio 2011: vi racconto che assieme agli amici Annalisa Turel, Diego Manna e Francesco Brollo, ho fondato qualche giorno fa la società Nativi, di cui sono amministratore. Più dettagli sulla società li trovate sul sito ufficiale di Nativi (curato da Sara Pacor, grazie!), sulla pagina Facebook di Nativi e qualcosa in quest’articolo di Bora.La. Grazie a Studio Nasonero per l’immagine coordinata di Nativi e dei siti Bora.La e Carnia.La.

Ecco un video ‘on the road 2.0′ girato con gli smartphone dei fondatori della società tra Tolmezzo, Trieste, Gorizia e Pliskovica per presentare Nativi:

La cronaca ultra-locale per Tolmezzo e il Friuli: c’è Carnia.La

L’eclettico Francesco Brollo, giornalista professionista carnico, ha messo online in questi giorni un sito di news, notizie, notizione e notiziole per chi abita a Tolmezzo e nel resto della Carnia. Si tratta di Carnia.La, un sito progettato anche grazie all’esperienza maturata in questi anni sul sito Bora.La, a cui lavoro da un po’ di tempo.

Ecco cosa dice Francesco della sua creatura nell’editoriale di apertura.

Vi rimandiamo ai prossimi giorni per nuove informazioni su quello che Francesco, io ed altri stiamo progettando.

Intanto grazie a Francesco per condividere il suo lavoro in rete e un altro giro di ‘daghe’, ‘sbrega’, ‘viva’!